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HARVARD COLLEGE LIBRARY

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BOUGHT WITH THE INCOME FROM THE BEQUEST OF

SIDNEY HOMER

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ESAME STORICO-CRITICO

ECONOMISTI E DOTTRINE ECONOMICHE

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ESAME STORICO-CRITICO

DI

ECONOMISTI

E

DOTTRINE ECONOMICHE

del Semlt XVIII prim mtà M XIX

RACCOLTA DELLE PREFAZIONI

DETTATE

dal Professore FRANCESCO FERRARA

alla V e2^ Serie DELLA BIBLIOTECA DEGLI ECONOMISTI

VOLUME SECONDO

Parte Prima PrefàBÌoni ai Volumi I a VI.

Seconda Serie.

Roma TORINO Napoli

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 33 Via Carlo Alberto SS

1890

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I 1

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L'AGBICOLTUM

E LA DIVISIONE DEL LAVORO

TEORIA DEI C08IOETTI <" AGENTI NATUBALI

Prefazione, pubblicata nel 1860, ai volumi I e II della Biblioteca dell'Economista (Seconda Serie).

, Prtf. Bibl. Eamomitta. II. Parte I.

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L'AGRICOLTURA E LA DIVISIONE DEL LAVORO

La teoxia dei cosidetti « agenti naturali ^^

S O IS£ 3^j: .A. XI. z o

L Introdazione. 11 sistema di leggi che governa Tagricoltura ò quello stesso che governa la manifattura e il commercio. II. L'agricoltura secondo i Fisiocrati. Critica. HI. L'agricoltura secondo Sat, Torrsns e Dunotbr.

lY. Definizione dell'agricoltura. V. Prestigio dell'agricoltura nell'an- tichità e, in generale, presso i popoli incipienti. -— VI. La produzione agraria è, come tutte le altre, una mera trasformazione della materia, dominata dalle stesse leggi, appoggiata agli stessi elementi, soggetta allo stesso metodo di concatenazione. VII. Dipendenza dell'agricoltura dagli « agenti naturali ». VIII. Le forze della natura non agiscono nella natura diversamente da ciò che fanno nelle altre industrie. IX. Perchè* il concorso degli « agenti naturali » ò sembrato una peculiarità della industria agraria. X. La ferra non è un mezzo di produzione gratuito,

XI. Transizione alla confutazione dell'errore che in qualsiasi industria intervengano mezzi grattUti e mezzi onerosi. XII. Origine di questo errore. XIII. Non sono ricchezze naturali neppure i beni che la natura pone a contatto immediato dei nostri sensi.

La « divisione del lavoro » nell'agricoltura. XIV-XXIX (XIV. La divisione e l'associazione nell'industria non sono che un diverso modo di considerare lo stesso fatto del concorso di più individui nella produzione. Idee gene- ralmente invalse intorno alla pretesa inapplicabilità loro all'agricoltora.

XV. Non vuoisi confonc^re la divisione deìVinditstria colla divisione del lavoro. Considerazioni al riguardo. XVI. L'agricoltura ammette la di- visione in ragione di luoghi, di prodotti o frazioni di prodotti o di funzioni:

XVn. Cagioni che occultarono agli occhi degli osservatori la ramifica^ zione dei me^tiért nell'agricoltura. ^ XVIII. L'agricoltura ammette il con- corso economico (associazione) del possidente e del lavoratore, rassociazlona di capitali per porzioni eterogenee e per porzioxii omogenee. XIX. L'as- sociazione in riguardo alla terra. XX. L'associazione in riguardo al capitale mobile. XXI. Se l'agricoltura ammetta la divisione (associazione) in riguardo al lavoro» Non può parlarsi che della divisione in riguardo ai lavori dissimili. Distinzione tra, divisione (associazione) come metodo di produzione e come occupazione abituale dell'uomo. XXII. L'agricoltura ripugna soltanto a questai Ma ciò non ha gli inconvenienti che se ne so* gliene temere. XXIIL Errore storico di Smith intorno alla pretesa im- potenza della classe agricola a costituirsi in corporazione. Conclusione ó transizione all'esame della questione se l'essere l'agricoltura ripugnante al lavoro ripartito ed agglomerato in una ristretta località sia una cagione

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4 FBARARA PRBFAZIONS AI VOL. 1 B 2, SBRIB U

di inferiorità relativa. XXIV. Primo vantaggio della divisione del lavoro: possibilità di esaurire compiutamente tutta la efficacia produttiva del lavoro* Esso ò assicurato all'agricoltura. XXV. Secondo vantaggio : perfeziona- mento del produttore e, come conseguenza, secondo Smith, maggior facilità d<'iay^t«Lre le i^cobìA^ -r TQ^VI. Noji è v«ro cbe la introduzione de}lQ macchine sia un effètto delia divistone del lavoro e che l^agrieoKora sia condannata alla impotenza di surrogare il lavoro delle macchine a quello dell'uomo. XXVII. La divisione del lavoro in riguardo al lavoratore. Non ò vero che Tahili^ dell'operaio cresca tempre m ragione diiretta del. l'esercizio. XXVllI. che la limitata divisione del lavoro sia, per questo riguardo, una causa di ritardo dellHnétistria agraria. XXIX. Esagera- zioni intorno all'azione ottundente della divisione del lavoro sull'operaio. XXX. I lavoratori dei campi e i lavoratori nelle manifatture). Altre peculiarità economiche che si attribuiscono alV industria agraria, XXXI- XXXVII (XXXI. Teoria flsiocratica del prodotto netto. Rinvio. XXXII. Il prodotto alimentare non è la causa efficiente di tutte le produzioni. Rinvio. - XXXllI. Teoria della rendita. Ulteriori considerazioni intorno alla que- stione: ^[uanto si paga la rendita. Teoria di EIicardo. •<- XXXI V. Applica- sione della teoria del « eosto di riproduzione » alla coofutazione della teoria rieardiana. XXXV. Continuazione. «^ XXXVI. Applicazione della stessa teoria alia confutazione della dottrina rieardiana secondo cui « la proprietà della terra importa che il povero sia condannato a diventare sempre più povero e il ricco diventi sempre più ricco ». -*• XXXVIL Conelasiooe).

I. Può non essere inopportuno lo arrestare un momento l'atten- zione del lettore su un concetto che le opere degli economisti lasciano sempre in chi le studia ; cioè » sul carattere eccezionale ohe akuai toro assunti, alcune loro osservazioni tendono ad attri- buire all'Agricoltura. Ordinariamente, in coda od ogni teoria eco- nomica figura sempre una qualche aggiunta intesa ad insegnare che le leggi del mondo economico, le più costantemente vere, le più letteralmente applicabili a qualsivoglia ramo d^industria, vanno corrette, temperate o modificate, quando si voglia applicarle all' A- gricoltura. È un errore , questo, di antichissima data. Vwo è che parecchie peculiarità che una volta si attribuivano a questa madre di tutte le industrie, poco a poco ftironb resecate; ma il concetto fondamentale rimane pur sempre; rimangono pur sempre certe teorie che si dicono peculiari all^agricoltura , certe quistioni importanti attinenti all'industria agraria che gli economisti sciolgono ancora con prineipii peculiarmente escogitati per esse, invece di tentar di dimostrare che le eccezionalità sono di mera apparenza; che l'a- gricoltura essendo un'industria al pari della manifattura e del com- mercio, un unico sistema di leggi dev'essere quello che governa queste varie forme dell'attività produttiva economioa. Questa dimo- strazione io mi propongo di dare in questo breve studio; e quando l'avrò data relativamente ai punti in cifi il carattere eccezionale SI è fatto principalmente consistere, ne avrò detto abbastanza perchè non sia neces^rio di fare la stessa dimostrazione per tutti gli altri di o^iiior importanza.

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JiiQBJOaLT%JRK E DIVISIONB DBL LAVOIU) 5

H. Premettiamo qualche avvertenza sul significato della parola Agricoltura; che, invero, dalia massima parte dei trattati di Eoo- Domia sarebbe difficile il ritrarre un'idea precisa di ciò che costi- taisce la essenza dell'industria agraria e la distingue da ogni altra. La conflisione fu generata dai primitivi economisti , è ancora dìminata dei tutto. 1 Fisiocrati , com'è noto , caddero su questo proposito nell'errore da cui poscia tutto il loro sistema rimase mao- chiato: credettero di poter notare che l'uomo, in alcuni casi» trae ftiori dal grembo della natura materie che prima non esistevano ancora per lui, cioè, non erano a disposizione dei suoi biso^i, costriti* gendo la natura a darle a lui, quasi a crearle. Cosi fa allorebè, smovendo e seminando la terra, ne fa nascere te spighe ed il grano; cosi quando, con opportuni mezzi, si impadronisce degli animali uccelli, quadrupedi, pesci che in essa vivono. In tutti questi oasi, dicevano , è come se l'uomo traesse dal nulla le cose che i suoi bisogni richiedono; vi ha qui qualche cosa che Io assomiglia al Creatore. In altri casi all'incontro , soggiungevano i Fisiocrati^ noi lo vediamo occupato , non già a fare apparire , a moltiplicare , a creare esseri nuovi, ma soltanto a modificare, a manipolare, a ren- dere più utile la cosa che già è creata: prende un pezzo di me- tallo e, arroventandolo e battendolo, ne fa un'accetta ; prende le fibre già esistenti di una pianta, le fila, le tesse e del tessuto si fa Un vestito.

Da tale differenza la scuola fisiocratica deduceva la sua classi- ficaeione fondamentale. Chiamando Arte l'azione delFuomo, disse che una sola Arte feconda o produttiva esiste, TAgricoltura. Non la definì mai con precisione; ma dal contesto delle sue parole rica- vasi che essa applicava tal vocabolo ad ogni fette con cui l'uomo tragga direttamente dal seno della natura cose utili ai suoi bisogni. La ripartiva in tre rami: caccia e pesca; estrasione dei metalli e dei minerali; coltivazione del suolo. Tutte le altre operazioni infi- nite che l'uomo compie per procurarsi cose utili, erano da lei dette Arti sterili, non perchè fossero da disprezzarsi, ma per distin- guerle da quella che sola, agli occhi suoi, meritava il titolo di fe- conda e produttrice.

il carattere peculiare di creazione fu eliminato assai di buon'ora/; si vide essere falso che in alcuni casi più che in altri si crei. Già rillusione non era scusabile che per ciò che riguarda la coltivazione della terra e la moltiplicazione degli animali; giacché, quanto alla eaccia, alla pesca, alla estrazione dei minerali, tanto meno è lecito parlare creazione, in quanto è evidente che il pesce, l'animale, il minerale che si ottengono con siffatte operazioni, son cose, che già esistono si possono menomamente jmaginare come create dall'opera dell'uomo, il quale non fa che apprenderle. Ma nella stessa coltìvasionet ciò che a primo aspetto potrebbe sembrare una crea-

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6 FBRRA&A •- PREFAZIONE AI VOL. 1 B 2, BIRIB II

zione, esaminato dappresso si vede essere non altro che trasforma- zione: un seme, che era isolato ed asciutto, è messo nella terra, ove gas e sali, combinandosi colla sua sostanza, lo fanno gonfiare, tallire, germogliare, crescere e svilupparsi a spiga ; si tratta sempre di atomi materiali, già esistenti, che sciogliendosi da certe combi- nazioni^ si riuniscono in altre, diventando pianta. Prescindendo dalla specialità della materia, o dall'ordine peculiare dei movimenti, il fenomeno è di un'indole precisamente eguale a quella dell'atto con cui si converte il ferro in accetta, il lino in stoffa. Ciò che si dice della coltivazione del suolo è letteralmente applicabile alla molti- plicazione degli animali; era dunque impossibile far consistere nella creazione il carattere peculiare dell'Agricoltura.

III. Ad onta di ciò ed anche dopo ripudiato il concetto dei Fisiocrati/ rimase in Economia politica non solo l'abitudine, ma il proposito di chiamare Agricoltura tutto il gruppo d'industrie che quelli avevano compreso sotto tale parola. G. B. Say e molti altri dopo di lui credettero di dar precisione al concetto chiamando Agricoltura « l'industria che estrae i prodotti dalla natura, sia che abbia stimolato la loro formazione, sia che questa, sia stata spon- tanea » (1). Così, se non si affermava espressamente nell'agricoltura il carattere di creazione, si tendeva pur sempre a rafforzare l'idea, alla quale lo stesso Smith partecipò, che nell'agricoltura l'uomo sia un semplice agente secondario e passivo e che la natura crei e faccia tutto: l'opposto precisamente di ciò che avevano assunto i Fisiocrati. Ma per giungere a ciò fu d'uopo piegarsi alla defini- zione flsiocratica; si dovette abbracciare sotto un'unica voce tutte le industrie il cui prodotto sia egualmente offerto dalla natura e che il linguaggio ordinario non aveva mai compreso nella coltiva- zione del suolo. Say infatti vi comprende, non solo la pastorizia, ma la caccia, la pesca, la produzione delle pelli, l'estrazione di pietre e metalli: operazioni tutte in cui l'opera dell'uomo si limita ad « estrarre dalla natura » (2).

Torrens per primo notò la stranezza di quel raccogliere sotto uno stesso concetto il semplice atto di apprendere e quello del- rallèvaró e moltiplicare; osservò che il dire Agricoltura l'occu- pazione di un cacciatore nelle foreste dell'America, o quella del pescatore sui banchi di Terranova, era un volere, senza alcun bi- sogno, mettersi in urto colle idee ricevute: e che se ne sarebbe riconosciuto l'inconveniente allorché si fossero incontrati fatti im-

(1) Ù, B. Sat, Trattato di Economia politica, pag. 38 (ediz. della B, delVBJ)^ Id., Corso di Economia politica^ pag. 84.

(2) G. B. Sat, Trattato, ecc., pag. 38, 41 ; ip., Corso, eco., pag. 160-161 .

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AORIOOLTUaA B DIYiSIONB DBL LWOBO 7

portanti i quali potessero appartenere all'una di tali occupazioni ed essere del tutto estranei alle altre (1).

È noto come Dunoyer, introducendo nella Scienza il concetto delle Industrie estrattive, correggesse abilmente questo grave difettò di nomenclatura. Rimaneva dunque di definire l'Agricoltura come ramo speciale deirindustria estrattiva; e Dunoyer ne fé' consistere l'ufflcio nel « creare sostanze vegetali ed animali » ; e le diede per mezzo, oltre all'uso delle forze chimiche e fisiche, di cui indifferen- temente si giovano le altre industrie, « quell*agente misterioso e potente che noi chiamiamo vita » (2).

TV. Con qualche lieve modificazione, che si introduca nella defi- nizione di Dunoyer , noi ci troveremo condotti al giusto concetto dell'industria agrìcola. Tre sono le condizioni sue essenziali : 1* la natura del prodotto: esseri organici (piante, animali), o materie direttamente derivate da loro (latte, seta, lana, ecc.); 2* la farsa che precipuamente vi è messa in azione, cioè, il principio àélìa. gene- razione o della vita, come dice Dunoyer, prendendo questa nel suo più largo significato; 3' lo strumento materiale che è la Terra, e propriamente ciò che noi chiamiamo il siu>lo e che nella defini- zione di Dunoyer è trascurato.

L'insieme di queste condizioni riconduce il concetto economico di Agricoltura ai termini del significato volgare della parola e mostra come gli sforzi degli autori per precisarlo non- servissero che a snaturarlo e renderlo incerto. Ciò che s'intende comunemente per Agricoltura è appunto il complesso di certi lavori che si pro- pongono di creare esseri organici, vegetali o animali, o cose diret- tamente derivate da esseri organici; e crearli principalmente col- l'aioto della forza generativa a servendosi della terra, sia come mezzo di svolgere questa forza, sia come località abituale del pro- duttore. Quindi la propagazione delle piante o degli animali, la raccolta di frutti, foglie o radici, la manipolazione del vino, del- Tolio, del cacio, la tosatura della lana, la produzione del miele, della cera, della seta, ecc., son tutte operazioni che il linguaggio comune non esita a comprendere neirindustria agraria.

E ciascuna delle tre condizioni isolatamente non basterebbe. Si possono allevare polli in città; ma chi ciò fa non per ciò è detto agricoltore. Si può far agire il principio generativo per produrre animali, come nella piscicoltura, ma non si diviene per ciò agri- coltore. La manipolazione del vino di Marsala si chiama fabbrica non podere campestre coltivazione: manca qui da un lato la

(1) ToaasNS, Saggio suUa produzione delie ricchezze, pag. 28, 31 (ediz. deUa B. déWE.). <2) DmoTBR, La Uberfà del lavoro, pag. 467 (ediz. della B. delVE.).

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8 FERRARA <— PEUU^A«IONB AI VCL. 1 B 8RRIB II

condizione della località, dall'altro quella della forza generativa, quantunque il vino immediatamente derivi da un corpo organico. Tale è il senso e tali sono i limiti in cui la parola Agricol- tura, nel linguaggio ordinario, fu adoperata ed intesa; e gli inutili tentativi fatti per darle un signiiSicato diverso bastano a mostrare conìe non vi sia alcun motivo per allontanarci dall'uso. Gli econo> misti, un dopo l'altro, ban dovuto riconoscere cbe la definizione scientifica del Say era piena di difetti, come quella cbe in primo luogo accozzava insieme operazioni cosi disparate fra loro quali sono la caccia, la pesca, l'estrazione dei minerali^ la coltivazione delle piante; poi, staccava operazioni tra loro intimamente con- giunte, come nella estrazione de' metalli, operazione rigorosamente agraria (nel senso degli economisti), ma che doveva arrestarsi d;a vanti alla loro fusione e martellatura, operazioni da mero ma- nifattore; infine, lasciava indecisa la classificazione di alcuni atti iatermedii che sotto un riguardo sarebbero agricoltura e sotto altri manifattura, come la estrazione del vino dall'uva, dell'olio dalle ulive, la cardatura del lino, la salagione del pesce, la tra- zione della seta dal bozzolo, ecc.

V, Nell'antichità e, in generale, fra i popoli incipienti, l'Agri- coltura ha un prestigio al quale difficilmente le altre industrie arrivano a partecipare. Nihil est agricuUura nielius, disse già Cicerone, nihil uberiu$^ nihil dulcius^ nihil homine libero dignius. Ohi si sia un po' occupato delle idee economiche degli antichi, avrà soventi incontrato l'elogio dell'Agricoltura in contrapposto ad ogni altra occupazione industriale. Senofonte ha un bel passo che par fatto per compendiare tutti i pregi cbe l'antichità attribuiva all'Agricoltura. « In primo luogo, egli dice, la terra produce a chi la coltiva quelle cose per le quali vivono gli uomini; e produce inoltre quelle per le quali menano una vita deliziosa; poi quelle a soavissimi odori e gratissime specie che gli uomini destinano ad adornare gli altari e le statue degli Dei e le persone medesime. Inoltre, la terra genera in parte e in parte alimenta molti compa- natici ; imperocché l' arte pastorizia è congiunta coli' Agricoltura. In modo che gli uomini ne traggon cose da placare i numi e da servirsene essi medesimi. In quella poi che somministra beni in gran copia, non permette di riceverli con mollezza, ma assuefa gli uomini a tollerare i freddi dell'inverno e i caldi dell'estate ; eser* citando le forze di coloro che lavorano colle proprie braccia, li fa più robusti. Altri, che danno a lavorare il loro podere e lo serve» gliano, si avvezzano ad essere operosi, svegliandosi di buon mattino e camminando aspramente. Di poi, se alcuno vuol dare aiuto alla città come cavaliere, l'agricoltura gli alimenta il cavallo; se conàe pedone, rende il suo corpo gagliardo. Aiuta ancora l'esercizio della

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AGRICOLTURA E DIVISIONI! DBL LAVORO 9

caccia, perchè olffre ai cani facile cibo, perchè nutre le fiere. E come l'agricoltura giova ai cani e ai cavalli, così essi gio- vano al podere: il cavallo portando di buon mattino il fattore al suo lavoro, il cane allontanando le fiere perchè non danneggino i frutti e le pecore e procacciando insieme sicurezza nella solitudine. Quale arte poi più dell'agricoltura fa l'uomo idoneo al correre, allò scagliare, al saltare? Quale rimunera più generosamente colore che la professano? Quale li accoglie più soavemente, dando a pi- gliare a chi le si accosti ciò che desidera? Dove, meglio che alla campagna, è più dolce svernare intomo a fuoco abbondante e in caldi bagni ? Dove più giocondo passar l'estate, e per le a<sque, e per le aure, e per le ombrie? Qual'arte poi somministra primizie più convenevoli agli Dei ed offre feste più ricche? Qual'è più eara ai servi, più gioconda alla moglie, più desiderata dai figli, più grata agli amici?... » (1). Così VApe di Atene magnificava l'A- gricoltura; e nulla, come si vede, manca al suo quadro: abbon- danza di prodotti, utilità sociale, perjTezionamento igienico, delizie domestiche, tutto è da sperarne. E sempre ispirate ad una sifiìsttta preoccupazione sono le idee che nei classici antichi s'incontrano rì^ guardo all'Agricoltura. La Repubblica vagheggiata da Platone, che non dovea contenere più di 5020 persone (secondo alcuni passi) o famiglie (8«3Condo aitri)^ non doveva aver mestieri di altri lavori che quelli della coltivazione, la quale avrebbe « fornito tutto il neces- sario alla vita » (2). « Noi, soggiungeva il Filosofo, non abbiamo che tre bisogni ; mangiare, bere e procreare. Le altre città abbi^ sognano di mille cose che si fanno trasportare da moltissimi luoghi...; nella nostra, invece, la sola terra sarà bastevole al man* tenimento degli abitanti » (3). Quindi, il disprezzo per gli artigiani e pei commercianti che> se non si potevano al tutto scacciare dalla repubblica, dovevano per Io meno essere forestieri. Quindi una gerarchia sociale in cui i guerrieri, dopo i magistrati, occupavano il primo posto, gli artigiani ne costituivano la classe abbietta e gli agricoltori V ultima fra le onorate. In Aristotele si trovano ri- petute a un dipresso le medesime idee: gli artefici non son citta- dini; l'agricoltura è preferibile ad ogni altro mezzo di guadagnare, si perchè si restringe a ricevere dalla natura la sussistenza che essa ha preparata per Tuomo (ciò che ne fa un'industria secondò natura, mentre le arti son fuor di natura)^ si ancora perchè, te^ nendo occupato il popolo. Io distoglie da quello spirito di agita* zione che compromette la lunga durata dei governi popolari (4}i

(1; Sbmofontb, Economicon^ cap. 5. (2) CiGsaoNE, De legibuSy I, 4. (3; iD.y op. cU.^ I, 4. (4) Abutoolb, PoUtka^ VI, 4.

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10 FBRRàRA PRBFAZIONB AI VOL. 1 B SBRIB n

Del rimanente, Aristotele è alquanto più rigoroso: gli agricoltori non costituiscono una classe onorevole se non in quanto possiedano terre; i contadini propriamente detti sono sempre plebe e non sarebbe male che fossero schiavi (1). Indipendentemente dal con- cetto di dignità, o insieme ad esso, l'antichità mostrò sempre di altamente estimare l'importanza sociale dell'industria agraria. Gli Arvali istituiti da Romolo erano sacerdoti addetti ad implorare dai Numi la fecondità delle campagne. Vuoisi che Tirco od il bue^ di cui furono improntate le prime monete, fossero stati scelti come emblemi dell'abbondanza. Le tribù rurali furono accarrezzate e preferite alle urbane. I consoli, i dittatori, i magistrati della re- pubblica non sdegnavano di coltivare la terra e si gloriavano di portare cognomi ricordanti la loro origine campagnuola: i PisonU i Lentuli, i Ciceroni, ecc. Certe pratiche poi di popoli che, senza estinguersi, rimasero stazionari, mostrano come la predilezione dell'agricoltura sia come innata negli uomini. In Persia era uso, ed è forse ancora, che in un certo solenne giorno dell'anno il sovrano banchettasse cogli agricoltori ; e nella Gina Y Imperatore diviene anch'egli ogni anno per otto giorni un semplice agricoltore.

Senza adottare gli idilli dell'antichità, gli economisti moderni non hanno potuto svezzarsi dall'abitudine di attribuire all'agricol- tura una importanza superiore a quella di ogni altro ramo d'indu- strja. La si riguarda generalmente come la prima industria non pure in ordine di tempo, ma anche in ordine di utilità. Ne dipen- dono, nel concetto dell'universale, non solo le arti tutte ed il com- mercio, ma il benessere, l'incivilimento, l'ordine, la morale. Le città non vivono che del prodotto delle campagne. La terra è ru- nico agente di produzione che renda più di quanto occorra alia sussistenza di coloro che la coltivano. I capitali che in essa s'im- piegano sono i soli che non sieno condannati a crollare e sparire all'urto di ogni menoma crisi. La popolazione non si moltiplica che in ragione dei viveri e i viveri non crescono che in ragione del- Testendersi della coltivazione.

Tali sono le idee comunemente accettate. Un secolo addietro si era preteso di dimostrare tutto ciò con rigore più scientifico e se ne era tratta fuori la teoria del Prodotto netto e quella dell'/m- posta unica. Ma il rigore scientifico servi appunto a provocare una reazione eccessiva e gettare un certo discredito sull'idea di quella preeminenza che l'industria agraria, l'industria degli alimenti, avea pur meritata e non si lascierà mai rapire, perchè fondata sopra un'evidente priorità di sociale interesse. Non si potrà mai negare che il prodotto dell'agricoltura risponde, almeno nella ^arte più ele- mentare^ al più vivo ed urgente fra i nostri bisogni; ma da ciò non

(l) Aristotelb, op. citt IV, 5; VII, IO.

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AGRICOLTURA B DITISIONB BBL LAVORO U

discende che essa sola dia un prodotto-netto, che questo pro- dotto sia la sola sorgente delle ricchezze, che tutto perciò l'edi- ficio sociale riposi sopra di lui. Pure tale è l'importanza dell'alimento nella scala degli umani bisogni, che noi abbiam veduto^ dopo un secolo, riprodursi, con tutto il corredo delle cognizioni moderne, il fantasma della fisiocrazia. Gbalmers se n'é impadronito; ed io mi dispenso dall'entrare qui di nuovo nella discussione degli errori, su coi si fondarono le sue illusioni (1).

VI. La produzione agraria é, in generale, come tutte le altre, una mera trasformazione della materia, operata dall'intelligenza umana.

Essa è mossa dalla medesima legge che muove tutte le altre produzioni: dal sentimento del dolore, dalla cognizione del mezzo di estinguerlo, Tuomo è mosso a lavorare per procurarsi tate mezzo, qualora il vantaggio speratone gli sembri superiore allo sforzo che occorre fare per averlo.

Poggia sugli stessi elementi: le facoltà spirituali e fisiche del- l'uomo, le forze e la materia della natura esterna.

È soletta allo stesso modo di concatenazione che domina tutta rindustria umana e fa uso perciò di tutte le specie del capitale. Prima ancora che il suo ciclo cominci , ha bisogno di lavori pre- para torii: anzitutto, occupare un tratto di suolo; poi. rimuoverne gli ostacoli che impediscano il lavoro che si vuol fare, dissodarlo, pro- sciugarlo, mondarlo dalle male erbe e dai sassi, ecc. ; poi ancora, costruirvi una casa di abitazione, magazzini, granai, ecc.; infine, pei lavori agrari occorreranno animali, ingrassi, strumenti.

Tutta questa massa di capitali si può classificare come quella di ogni altra industria. Una porzione, che alcuni chiamarono capi* tale fondatore (Beccaria), altri primitivo^ altri fisso, consta di una somma di lavori che rimangono incorporati nel suolo: opere di diboscamento, bonificazioni, edificii, ecc. ; essa si logora lentamente^ e talvolta cosi lentamente che si é arrivati a riguardarla come im* peritura affatto (2). Un'altra va soggetta a un consumo più rapido: strumenti, che durano parecchi anni. Una terza infine serve esclu** slTamente ad un sol ciclo di produzione e si suol porre tra i capi- tali circolanti, come le sementi, l'ingrasso, l'acqua, ecc. (3).

Il modo in cui i capitali agrari entrano a far parte del còsto di produzione è esattamente analogo a quello delle altre industrie

(I) V. Boila scuola neo-flsiocratica la prefazione al voi. Vili, parie 1 della Wioteca. La questione del prodotto netto ò stata pure da me discassa a pro: posilo delle teorie di Ricardo nella prefazione al voi. XI, serie I. ,

(^) VoLKOFF, Dei capitcUi impiegati nelVagricoltura^ pag. 548 del voi. 2, serie n della Biblioteca.

(3) Sat, Trattato di Economia politiea, pag. 72 <edi& della B. Ml'B.).

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\t FBRIULKA -• PRBPAZIONB AI VOL. 1 B 2, SBRIB II

e si règola sulla loro durata. La parte fissa vi entra per quel tanto che ad ogni momento si logori; la circolante vi trasfonde la tota- lità del proprio valore. Capitale e Lavoro corrente s-uniscono in- sieme a costituire la somma degli sforzi che il prodotto finale è destinato a retribuire.

VTI. Fin qui non vi ha nulla a distinguere; ora cominciamole eccezioni, la prima delle quali si è fatta consistere in una tal quale importanza suprema che nell'industria agricola si crede serbata alPazione degli Agenti naturali.

Un fatto è vero: insieme e per mezzo delle materie apparec** chiate da un antecedente lavoro, l'agricoltura si fa largamente aiu- tare da questi agenti e da loro strettamente dipende.

Ne dipende per ciò che riguarda la scelta del prodotto, in quanto tutte le terre non si prestano egualmente alle stesse colture. La temperatura, la varia latitudine, la presenza dell'acqua, la costitu- zione intima del terreno, impongono leggi, cui è impossibile sottrarsi, e per cui dove, ad esempio, prova bene la segala, non può crescere la canna da zucchero. Ne dipende pei rischi a cui va soggetto il suo lavoro. « Non si comanda alle stagioni; e se la scienza me- teorologica ha fatto grandi progressi, l'uomo non è ancora però ar- rivato a predire la pioggia e il bel tempo, come calcola il corso degli astri ». Ne dipende per la conservazione delle forze proprie e di quelle degli animali, su cui il clima, il suolo, Tacqua, l'aria esercitano una influenza decisiva. In un luogo il freddo , in altro il caldo, dove le paludi, dove i venti, generano malattie, individuali o epidemiche, che snervano le braccia, ottundono l'intelligenza, accor- ciano la vita (1). Ne dipende infine per le maggiori o minori diflS- coltà che si oppongono all'ottenimento del prodotto: nella Finlandia, per l'umidità dell'atmosfera, si è costretti a far asciugare i cereali al forno; in Scozia l'intemperie riduce a sole 20 settimane le giornate di lavoro dell'anno; al Capo di Buona-Speranza il vento del sud-est solleva nugoli di sabbia che sofibcano le pianticelle di cotone ed inaridiscono le spighe dell'avena; al Senegal ipapagalli e le scimmie distruggerebbero tutti i raccolti, se non si desse loro continua caccia; alle Antille le formiche sono tante e tali da divorare i bambini.

Quando gli agenti naturali di una data località sono propizi a quella tal produzione agraria cui l'uomo mira, la loro azione è cosi efficace e potente che quella dell'uomo sembra sparire. Da ciò al supporre che veramente questa sia subordinata a quella molto più quanto lo sia in ogni altro ramo d'industria, non v'era che un passo; e questo fu fatto facilmente. « Nell'Agricoltura, dice Smith, la natura lavora congiuntamente all'uomo : i coltivatori, piantando

(1) tU>8ii, Corto di SeommiapoUiin^ pa«. 546, 55S (odia, delhifi. dMB.).

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AAnXOOLnKJL S BITIBIOHK DKL LAVQEO M

ed araodo, dirigono^ piuttosto die deterrnmare, la prodi»i4Qì9 » (1). Dimoyer, Temuto in un'epoca in cui la parte più erronea di eoddatn propo6Ì2Ì(H}e era stata già rilevata e confutata, credette ciò noadi* meno di ayerne scoperto la parte vera : « L'Agricoltara , ei dioe» fa uso, come ogni altra industria, dei mezzi chimici e fisici; n^a. si serve ancora di un'altra specie di forze» che non intervengono oelle operazioni puramente manuali delle altre industrie. Dopo arato il snolo, ingrassatolo e sparsavi la semente» il farla germogliare et crescere apparti^ie alle leggi della vita, su cui nulla può la mano deiraomo, che vede terminarsi l'opera sua senm saper dir come. Queste leggi son da lui indovinate appena a tentoni, operano ftital- mente; non dipende qoasi da lui lo arrestarle, il modificarle; almeno. ciò è molto meno in poter suo che non quando ai tratta dei rap- porti fisici e chimici che egli sia riuscito a conoscere e calcolare. Uno dei ihù abili agronomi francesi^ Mathieu de Dombasle, lo ha detto: vi ha in agricoltura una forza della quale non è dato ancora alla Scienza spiegare gli effetti e che modifica essenzialmente le leggi ordinarie della materia; voler considerare i fenomeni della vita organica come semplici fatti di fisica e chimica , sarehho un esporsi a cadere negli sbagli più gravi » (2).

Vm. Tutto ciò è mirabilmente avvertito, quando non vuote] die determinare il punto di vista da cui l'industria agricola si possa dalle altre comodamente distinguere. Ma se s'intende arguirne che le forze della natura vi agiscano in un modo diverso da come agi* SCODO nelle altre, gli scrittori stessi che cosi avvisano son quelli, forse, che meglio hanno indicato il principio con cui dileguare l'illu- sione. Perchè, un'avvertenza preliminare s'incontra in tutti i trattati di Economia: non solamente l'uomo, nell'opera della produzione, non è creatore di alcun briciolo di materia» ma la parte delle le^i oataraii vi è cosi importante e continua che se per poco» abban* donando il concetto relativo della produzione, la ju'endiamo da un ttpetto assoluto^ l'uomo sparisce e chi produce è la Natura. Ma ciò ìb tutto, non nella sola coltivazione. In ogni atto d'industria, l'uomo tt^ita il moto, la Natura £a il rimanente. L'uomo sotterra un gra* fietlo ed è la Natura che compie la misteriosa elaborazione , per eoi si svolgono la radice > lo stelo, le foglie, i fiori, il frutto; ma qoando vibra un colpo di accetta su una pianta, non è forse la forsa di gravitazione quella che fa piombare il tronco al suolo? quando EDDove una sega» non son forse le leggi fisiohe» per le quali il corpo più doro si apre la via nel più tenero, che permettono la divi*

(1) À, Smith, Indagini suJle cause della ricchezza delle nazioni^ pag. 249 («diz. deiift Bu deU'S.). (^) DoHonRy Libertà del Uworo, pag. 475 (ediz. della B. deWE.).

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sione del tronco in assicelle? quando fuoco al fornello , non è forse la legge della combustione che cuoce il suo cibo, o genera il vapore e col vapore tutto ciò che forma Tonnipotenza economica del nostro secolo? In tutto è cosi: i fenomeni dell'universo visibile, ci entri o non ci entri l'uomo, si risolvono. sempre in materia e moto. L'una e l'altro/ uniti insieme, producono la forza; e la materia stessa, in un'analisi metafisica, si è riguardata come il risultato e la prova di un equilibrio di forze. Loro attributo è quello di trovarsi in con- tinua circolazione, in perpetuo flusso e riflusso; l'elemento umano non crea, non distrugge^ non modifica punto le forze; si limita a cambiarne il modo di manifestarsi, a dirìgerle, a ripartirle. Nella materia esse sono latenti ; l'uomo può metterle in libertà, come ogai altro agente lo può, distruggendo l'equilibrio di altre forze che la teneano in resta; e lo fa dirigendo, giusta i suoi fini, un'altra forza indipendente, che esista nel seno della Natura e la quale, spiegata la sua azione, entra in un nuovo equilibrio, per rimanere in riposo finché non venga di nuovo provocata ad un altro uso (1).

Or perchè mai un fatto così generale ed elementare è sem- brato una peculiarità dell'industria agraria? Per la sola circostanza che nell'agricoltura la Terra, la località, è uno dei mezzi indispensa- bili all'effettuazione delFatto economico, e precisamente di quelPatto che le qualità speciali del luogo permettono. L'uomo è sembrato più strettamente dipendere dalla natura nella coltivazione, perchè non aveva la libertà della scelta tra luogo e luogo. Quando il suo lavoro non è vincolato alla superficie, si può traslocarlo ovunque si trovino elementi di un altro genere dai quali la sua riuscita dipenda ; e allora l'azione benefica della natura si pone a profitto senza estimarne il vantaggio, la malefica si dimentica. Ma si avrebbe forse ragione di supporre che quest'ultima non esista, cosi prepotente ed energica, come si manifesta nelle qualità del terreno, nelle vicende e negli accidenti che le accompagnano? Qual'è dunque queir arte in cui la latitudine, la temperatura, la vicinanza dei materiali non esercitino una qualche contraria o propizia influenza? Chi ha mai pensato che si possa indifferentemente stabilire una sega ove manchi la caduta d'acqua che deve muoverla , o che convenga innalzare una filanda di cotone sul sommo di una montagna anziché in un quartiere di città? E dall'altro lato, come mai sostenere che nella sfera delle leggi chimiche e fisiche la potenza dell'uomo sia qualche cosa di più che nella sfera delle leggi della vita vegetale o ani- male? Noi vediamo gli stenti, le esperienze infinite, gli errori fatali che costarono all'uman genere le più pìccole cognizioni sul mondo

(1) /. St, MiLL, Principii di Economia politica^ pag. 467; Peshine Smith, PrincipUj ecc., pag. 892 (edizioni della B, deU*E.),

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inorganico; noi sappiamo intanto che Fagrìcoltura non solo è ria- scita a fissare stagioni , metodi di coltivazioni ad ogni pianta , ad ogni Yarietà di una medesima pianta; non solo ha ostinatamente combattuto e vinto le resistenze del clima, trasportando, acclima- tando, dall'uno all'altro emisfero, dal polo all'equatore talvolta^ i vegetali e gli animali ; ma anche , quando ha saputo fermamente insìstere nelle sue ricerche, è riuscita a creare, direbbesi, nuove razze; ha determinato ai suoi montoni, ai suoi bovi, ai suoi cavalli la forma, le dimensioni, le ossa, le corna, il mantello, il grasso, il peso, che i bisogni della sua vita volevano. Se questo non va chia- mato impero sulla natura, io non so quaFaltra umana conquista potrà meritare un tal nome. Ma la verità si è che l'intelligenza deiruomo in ogni cosa fu limitata e limitata egualmente. La Natura non ha distinto agricoltura ed arti; non ha detto all'uomo: qui potrai vincermi e soggiocarmi, sarai mio schiavo;, ha detto bensì: ec- coti la massa tutta dei miei tesori e la massa tutta dei tuoi bisogni ; tu non devi che sollevare il velo in cui te li avvolgo; tutto ciò che ignorerai sarà una barriera alla tua industria, comunque ti piaccia classificarla e chiamarla; tutto ciò che tu scoprirai sarà una conquista.

X. Dalla supposta preponderanza delle forze naturali nell'Agri- coltura un'altra falsa e più perniciosa preoccupazione è derivata. Gli è qui che principalmente ricorre Terrore di distinguere, fra i mezzi adoperati dall'industria, i gratuiti dagli onerosi e, fra le ricchezze godute dall'uomo, le naturali dalle artificiali. Le conse- guenze di tal errore si estendono ben lungi e non solo nella sfera delle teorie economiche, ma anche in quella della vita pratica, dei sistemi politici. Benché già io abbia avuto opportunità di accen- nare ad un errore cosi propagato e ciecamente ammesso dai mi- gliori economisti, non parmi soverchio il tornarvi sopra per attac- cario nella sua prima origine.

Per ciò che riguarda in particolar modo l'Agricoltura, poco mi rimane a dirne. L'idea della gratuità si è fatta figurare su ciò che meno poteva comportarla, la Terra. Chi mai non è abituato a considerarla come puro dono della natura? chi non parla della sua naturale fertilità, maggiore in un luogo e minore in un altro? Or bene, l'Economia pia moderna ha sentito, in una gravissima qui- stione di ordine pratico, nella teoria della Rendita, la necessità di esaminare se veramente le forze produttive del suolo sieno un dono gratuito^ o vengano piuttosto da un antecedente lavoro; e Carey e Fontenay non hanno lasciato più oramai alcun possibile dubbio su questo punto. Certo, fra terra e terra vi sono differenze; e le attitudini, che ciascuna presenta in un dato momento, sembrano un apparecchio di mezzi dovuto tutto alla generosità della natura^

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Ma egregiamente lo ha detto Fonteoay: vi sono due Nature nel IDfOndo; l'una indipendente, spontanea, selvaggia; l'altra schiava» elaborata, domestica. La prima non che spine, radiche legnose, gramigne, frutti piccoli ed aspri ; è solo dalla seconda che ei ven- gono le piante cereali di cui l'uomo si nutre, gli alberi innestati» i frutti saporiti, i bulbi abbondanti ; tutto ciò ci viene da una terra, che Tuomo abbia fecondato del suo sudore. Dove la natura non offriva che paduli» l'uomo fé' sorgere giardini ; dov'era sabbia gra- nitica, l'uomo introdusse la calce; dov'era un calcare impermea- bile; introdusse la sabbia; altrove fii con la silice, con l'allumina^ gesso, con la cenere» ecc., che ei venne ad a^iungere nuovi elementi ad un suolo che senza quegli ingredienti sarebbe stato infecondo. Aride pianure furono coli' irrigazione coperte di ver- dura; crete gialle e compatte divennero terriccio nero e friabile, campi umidi e freddi furono col drenaggio prosciugati. Talvolta tutto intero il suolo fu dovuto creare: l'Olanda ha strappato le sue grasse praterie ai flutti del mare; nei dintorni delle grandi città, nei nostri orti e giardini» il terreno primitivo è scomparso sotto spessi strati di residui organici; e qualche volta, come a Malta, come in Francia sulle scoscese deìVHermitage e della Càte-Rótie, nude roccie furono coperte di terra vegetale trasportatavi, con im- mane lavoro, dal piano. Bd anche quando non si tratti di un la- voro cosi storicamente visibile» ve n'ò sempre una certa somma che il volgo non calcola e che il criterio economico deve pur sapere apprezzare. Se anche il terreno non abbisogni di essere ammendato, bisognerà pur sempre scuoprirne le attitudini e preparare l'appa- rato dei mezzi per farle valere e porre l'uomo al coperto dai pe- ricoli che fanno insidia ai frutti del suo lavoro. Certo, la caduta d'acqua ed il vento, la rugiada e la pioggia, il sole, non sono opera del coltivatore; ma fu il coltivatore che scelse quel tal tratto di suolo, che lo rinchiuse da un